Automotive, Retail e Aerospace & Defense erano e saranno ancor di più tra le industry più disrupted.
Energy e Consumer Products - con basso livello di disruption prima del conflitto in Medio Oriente - saranno impattate in maniera rilevante. I manager italiani già prima della guerra percepivano la situazione geopolitica come una delle sfide principali, e la tecnologia come maggiore opportunità su cui investire di più nel futuro - anche se l’impatto ad oggi è considerato limitato.
È quanto emerge dalla settima edizione del Disruption Index di AlixPartners.
MILANO (25 marzo 2026) – La continua e persistente disruption è ormai la principale sfida per il mondo del business, superando i tradizionali cicli economici e diventando il “nuovo driver” dell’economia mondiale. Un fenomeno che mette sotto pressione i vertici delle aziende: il 40% dei CEO delle grandi imprese mondiali dichiara di sentirsi più ansioso nel proprio ruolo rispetto a un anno fa, più di sette CEO su dieci (72%, in aumento rispetto al 67% dell’anno precedente) sostengono che è sempre più difficile capire a quali forze dirompenti dare priorità e il 51% teme che la propria azienda non si stia adattando abbastanza rapidamente. Quasi tutti i CEO (95%) prevedono riduzioni della forza lavoro nei prossimi cinque anni legate all’adozione dell’intelligenza artificiale.
Questo è il quadro che emerge dalla settima edizione del Disruption Index di AlixPartners che, con un sondaggio su oltre 3.200 CEO e C-Level in 11 paesi (Italia inclusa), misura il livello di disruption delle aziende nei principali settori di mercato. Lo studio, pubblicato a gennaio di quest’anno, conferma quanto già osservato fin dalla prima edizione, sette anni fa: la disruption è davvero il nuovo motore dell’economia e con un punteggio di 70 punti (vs 73 del 2025) evidenzia un contesto ancora pieno di sfide. Un livello destinato a salire ulteriormente alla luce dei recenti avvenimenti geopolitici internazionali.
Il quadro generale che emerge è quello di una pressione strutturale generata da ondate di disruption che si presentano con frequenza tale da non dar tempo di tornare alla normalità. Le aziende – soprattutto quelle eccellenti - rispondono però con maggiore proattività e hanno sviluppato capacità di gestire ordinariamente situazioni straordinarie. I leader aziendali a gennaio segnalavano per il futuro un calo delle preoccupazioni legate a regolamentazione e mercato del lavoro, mentre restavano forti le pressioni derivanti dalle tensioni sui prezzi dell’energia, inflazione, dazi e cybersecurity, ulteriormente amplificati dai recenti sviluppi in Medio Oriente.
“Le ondate di disruption si susseguono ormai con frequenza e magnitudine tale da sovrapporsi: quelle nuove arrivano prima che l’incertezza derivante dalle precedenti sia normalizzata. L’imperativo per il business è quindi quello di cavalcare un mondo dove i cicli economici, l’influenza delle policies e la volatilità dei mercati sono disaccoppiate, e conta sempre di più la capacità di gestire ordinariamente lo straordinario”, ha commentato Dario Duse, Italy Country Leader di AlixPartners. “Agilità e capacità di discernimento sono essenziali. Per sostenere la crescita e imparare a gestire le ondate di disruption, serve creare anche allineamento nei team più senior. Le aziende che sapranno continuare a trasformare rapidamente modelli di business e supply chain, e padroneggiare l’utilizzo dell’AI non si limiteranno a difendere la propria posizione, ma potranno costruire un vantaggio competitivo duraturo in un contesto globale in continua evoluzione, sui fronti non prevedibili e coordinati”.
ITALIA
All’inizio dell’anno per i CEO e top manager italiani, l’Italia presentava uno dei livelli di disruption percepita più bassi in Europa: il Disruption Index si attestava a un punteggio di 65, al di sotto della media globale di 70 e di quella europea di 68. Solo il 37% dei dirigenti italiani dichiarava di aver vissuto un’elevata disruption nell’ultimo anno, contro il 48% a livello globale, e appena il 29% si aspettava di dover cambiare in modo significativo il modello di business nel prossimo anno, rispetto al 38% della media mondiale. La guerra in Medio Oriente però sta generando e potrebbe portare impatti anche duraturi su energia, industria, agricoltura e food, lusso e beni di consumo per un effetto combinato di aumento dei costi, inflazione e tassi in possibile aumento a fronte di consumi stabili o in contrazione, e riduzione dell’export in settori chiave per il paese.
Supply chain
A fronte di questa minore percezione di disruption da parte dei vertici aziendali italiani emergeva però una maggiore sensibilità alle tematiche legate alle catene di approvvigionamento: già prima dello scoppio del conflitto in Medio Oriente, il 49% dei dirigenti italiani (vs. il 41% a livello globale) riteneva che le sfide legate agli impatti della disruption sulla supply chain fossero aumentate rispetto allo scorso anno, e il 41% (vs. il 29% a livello globale) riteneva che sarebbero ulteriormente aumentate nei prossimi 12 mesi.
I driver che risultavano impattare maggiormente sulle catene di fornitura erano il costo delle materie prime e dei componenti, i dazi e i conflitti geopolitici. Con il recente conflitto, questi fenomeni potrebbero ulteriormente aumentare e coinvolgere materiali e settori nuovi: dall’urea utilizzata per i fertilizzanti fondamentali per l’agricoltura e il food, all’alluminio primario, oltre ovviamente all’energia e ai combustibili necessari in un paese trasformatore con scarse riserve energetiche naturali. Le risposte delle aziende italiane risultano essere sia tattiche che strategiche, orientate cioè verso l’adozione di migliori strumenti di tracciamento, la ricerca di mercati di vendita o produzione alternativi, l’identificazione di vie e soluzioni di trasporto alternative e la rinegoziazione dei contratti con i fornitori.
Intelligenza artificiale e tecnologia
Sul fronte dell’AI e del digitale il quadro che emerge dall’analisi è sfaccettato. Le più grandi opportunità che i manager italiani intravedono sono tutte legate al progresso tecnologico, ma solo il 36% dei top manager italiani dichiara che l’intelligenza artificiale abbia avuto finora un forte impatto sulla propria organizzazione, contro il 52% a livello globale. L’Italia si conferma quindi come un “late mover”, in ritardo in termini di adozione ma con progetti di investimento e dichiarazione di intenti di investimento futuro superiori agli altri paesi: aumento degli investimenti sulla trasformazione digitale per il 75% dei manager (vs. 65% media europea), e incremento del budget per tecnologia e tools digitali rispetto all’anno precedente nel 59% dei casi (vs. 53% media europea).
I dirigenti italiani vedono il potenziale dell’AI principalmente applicato all’automazione dei processi end-to-end (38% vs 31% globale) e alle dinamiche di pricing & promotion (38% vs 29% globale), mentre con riferimento agli impatti sui posti di lavoro la visione è più conservativa con “solo” il 75% dei top manager che si attende una riduzione dei posti di lavoro collegata all’adozione dell’AI (vs. 95% in Europa e 91% globale).
“I leader italiani sembravano avere in generale una visione più ottimistica sul futuro rispetto ai colleghi internazionali, almeno prima dello scoppio dei più recenti conflitti internazionali. Solo il 20% si sentiva più sotto pressione rispetto allo scorso anno (24% a livello globale) e appena il 24% temeva che la propria azienda non si stesse adattando abbastanza rapidamente, contro il 35% nel mondo” ha spiegato Dario Duse, che aggiunge: “Il ritardo sull’adozione effettiva di tecnologie basate su AI – confermato da una percezione di impatto finora consuntivato più basso rispetto ad altri (36% in Italia contro 53% in Europa), unito alla convinzione che si debba e possa investire di più nei prossimi anni su queste tecnologie - potrebbe non essere necessariamente negativo: su tecnologie così nuove i costi della leadership sono elevati e i “fast follower” possono capitalizzare sugli errori altrui ed essere alla fine più mirati (“cosa” fare con l’AI), efficaci (“come ottenere i benefici”) ed efficienti (“quanto investire”)".
“Il conflitto in corso in Medio Oriente ci vede però particolarmente esposti, considerata dipendenza e costi già tra i più elevati per l’energia, e con settori chiave come alimentare, chimica, automotive e lusso che potrebbero soffrire di shock sulla supply chain e riduzione della domanda. Auspichiamo che il conflitto si concluda presto e che i “muscoli per affrontare le ondate di disruption” sviluppati dalle aziende si rafforzino ulteriormente per cavalcare anche quest’onda, e le prossime in arrivo”, commenta Stefano Aversa, Global Vice Chair, Executive Partner & Managing Director di AlixPartners.
A proposito del Disruption Index di AlixPartners
Giunto alla settimana edizione, nell’edizione 2026 lo studio annuale condotto dalla società di consulenza globale AlixPartners ha coinvolto 3.200 tra CEO e senior executive in 11 Paesi (Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Svizzera, Cina, Giappone, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) e 10 settori chiave: Aerospace & Defense, Automotive, Consumer & Goods, Energy & Power Generation, Servizi Finanziari, Healthcare & Life Sciences, Media & Intrattenimento, Retail, Tecnologia, Telecom & Cable. L’obiettivo della ricerca è misurare entità, complessità e impatto delle forze di disruption sulle organizzazioni, analizzando come esse stiano cambiando modelli di business, catene del valore e strategie di crescita a livello globale.
Scarica qui il report completo: AlixPartners Disruption Index
A proposito di AlixPartners
AlixPartners è una società di consulenza leader a livello globale, che da oltre 40 anni supporta aziende e investitori nel rispondere in modo rapido ed efficace alle sfide più critiche, sia che si tratti di migliorare le performance o sviluppare piani di crescita, sia che questo comporti la gestione di trasformazioni operative, finanziarie o digitali. Con oltre 2500 professionisti e 25 sedi in tutto il mondo, affianca i propri clienti dalla fase di analisi a quella di implementazione, misurando il successo in termini di risultati concreti ottenuti. È presente in Italia dal 2003, dove oggi conta un team di oltre 60 consulenti, attivi in molteplici settori industriali.
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